La Cina e la guerra
Pechino di fronte all'aggressione israelo-statunitense dell'Iran
In questi giorni mi si chiede (e mi chiedo) spesso qual è la reazione cinese di fronte all’aggressione dei soliti noti all’Iran, che avviene a genocidio dei gazawi ancora in corso. Da quello che vedo a oggi, mi sento di distinguere tre livelli, chiamiamoli così:
Gli interessi fondamentali della Cina
La reazione ufficiale
Diplomazia sommersa e contraddizioni
Gli interessi fondamentali
Nonostante i forti legami con l’Iran, sono convinto che la Cina non si farà mai trascinare in un conflitto a meno che non abbia la percezione che stiano mutando i rapporti di forza dove giacciono i suoi interessi fondamentali, quindi ai propri confini (Taiwan compresa) e dove può essere direttamente minacciata (Mar Cinese Meridionale). L’Iran non fa parte di questa “sinosfera”, nonostante gli ottimi rapporti e la complementarietà tra le due economie. Se ci pensate, tutte le guerre cinesi dal 1949 a oggi sono avvenute in base a questo schema: Corea (1950-53), India (1963), Heilongjiang-Amur (1969), Vietnam (1979). Qualora la Cina si sentisse direttamente minacciata, allora sì, rischieremmo. Se gli Usa stessero facendo in Asia Occidentale le prove generali di una prossima provocazione a Taiwan, allora sì, rischieremmo. Ma non credo, almeno per ora.
Di questi temi, abbiamo chiacchierato il 18 giugno alla Casa della Cultura di Milano (sentite soprattutto l’ultimo intervento di Simone Dossi e poi le sue risposte alle domande):
La reazione ufficiale
Wang Yi ha subito condannato Israele, poi Xi Jinping ha fatto i soliti appelli alla de-escalation, poi si è sentito con Putin e insieme hanno ri-condannato Israele (ma in modo soft) proponendosi come mediatori (Russia) o offrendo di svolgere “un ruolo costruttivo” (Cina), ma è interessante che Xi abbia detto che se la situazione peggiora può nuocere ai paesi “della regione” (e la Cina non si considera parte di questi). In seguito, è arrivata un’altra condanna dei bombardamenti Usa, facendo riferimento al diritto internazionale. Il ministero degli Esteri di Pechino ha detto: “Attaccare impianti nucleari sotto la tutela dell'AIEA viola gravemente gli scopi e i principi della Carta delle Nazioni Unite e del diritto internazionale”. Quando ci sono di mezzo gli Usa e quando sa di avere ragione, la Cina agita spesso il diritto internazionale come pezza d’appoggio, ben sapendo che poi contano i rapporti di forza, come tutte le guerre statunitensi dal Vietnam in poi insegnano. Ma è un modo di avvalorare il proprio status di “potenza responsabile” agli occhi del mondo, in contrapposizione a un dominus le cui uniche ragioni risiedono nella forza. Infine, come di consueto, un nuovo appello alla de-escalation, neologismo bruttissimo, che ormai usano tutti, anche in Italia, e che mi riprometto di non usare più (i cinesi dicono jiangji - 降级 - lo stesso termine che viene usato anche per i funzionari o gli studenti spediti a un livello inferiore, quindi è più corretto “declassare” o “degradare”). Questa guerra va fatta degradare.
La situazione è fluida, a me sembra che la Cina stia esibendo la propria immagine di “potenza responsabile” (l’unica) a uso e consumo del Sud Globale (per approfondire, vedete il mio intervento nel video sopra) e delle opinioni critiche all’interno di un Nord non così compatto nel sostegno degli assassini neo-colonialisti, senza però avventurarsi in fughe in avanti che non può controllare. Intanto, la sua mossa concreta è stata quella di portare via i propri connazionali sia da Iran sia da Israele (più da Iran che da Israele), come fece con la Libia nel 2011.
Diplomazia sommersa e contraddizioni
Di fatto e fuor di propaganda, la Cina è rimasta a guardare e ora fa passare questa inazione come senso di responsabilità per non peggiorare la situazione. Tuttavia, esiste una cosa che si chiama Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, di cui sia Cina sia Iran fanno parte (con Russia, India, Pakistan, Bielorussia e quattro “-stan” dell’Asia Centrale) e che qualcuno aveva assai prematuramente definito “la Nato d’Oriente”. È vero, non è un’alleanza militare come quella atlantica, ma probabilmente la leadership iraniana si starà ora chiedendo a che serva.
Si dice poi che sia stata Pechino a fare pressioni su Teheran affinché non chiudesse lo Stretto di Hormuz, riducendo così il rischio di una guerra più estesa e garantendo il traffico navale lungo rotte fondamentali, dove passano le filiere globali e buona parte delle forniture di energia fossile. Il South China Morning Post riporta che da ieri, per ordine del ministero dei Trasporti, tutte le compagnie di navigazione e le società navali cinesi devono presentare rapporti giornalieri con dettagli specifici sulle navi che transitano non solo nello Stretto di Hormuz ma anche nel Golfo di Oman e nel Golfo Persico (che lo stretto collega). La sensazione è che tutti gli sforzi cinesi siano tesi a garantire il business as usual non solo per interesse, ma anche per offrire un contributo politico.
Come detto, la situazione è fluida e cambia di ora in ora. Pechino ha come priorità quella di non farsi coinvolgere dalle provocazioni degli Usa e dei loro proxy, rifiuta il caos e l’avventurismo, ma è difficile prevedere per quanto tempo possa stare a osservare la “guerra a pezzetti”. Bisognerà sempre più leggere tra le righe.


