Sicurezza energetica
La Cina punta sulla transizione verde e sulla diversificazione sia delle fonti energetiche sia dei fornitori e delle catene di approvvigionamento; con la IA a gestire il sistema
Nella puntata odierna di “A come Asia” abbiamo parlato di sicurezza energetica cinese, per ampliare un po’ rispetto alla quotidianità ossessiva e oppressiva di Hormuz e dintorni.
Qui sotto, il podcast
Da quando è al potere, Xi Jinping ha posto alla voce “sicurezza” un gran numero di ambiti della società cinese, tant’è che diversi osservatori hanno parlato di “securitizzazione di tutto”.
La sicurezza nazionale è diventata quindi un paradigma chiave che permea tutti gli aspetti della governance cinese. Il concetto di “sicurezza nazionale globale” coniato da Xi è in continua espansione e comprende ormai 16 tipologie di sicurezza. Alcune le ha ereditate dalle precedenti leadership, altre sono di nuovo conio. Xi ha inoltre formalizzato nuovi dispositivi per attuare il paradigma securitario: leggi, regolamenti, nuove istituzioni e campagne di mobilitazione di massa (come nel caso del Covid).
Lo schema qui sotto è fatto molto bene
Nell’ambito della transizione economica cinese verso le produzioni sostenibili e ad alto valore aggiunto (le “nuove forze produttive qualitative”) ricopre quindi un ruolo fondamentale la sicurezza energetica. Cioè, la Cina - paese che dipende in gran parte dalle importazioni di fonti energetiche - per continuare nella sua traiettoria di “sviluppo pacifico” deve assicurarsi queste risorse senza correre il rischio che shock esterni possano arrestarne il flusso.
La sicurezza energetica è quindi un pilastro della stabilità nazionale.
E veniamo a Hormuz.
La crescita economica del 5 per cento nel primo trimestre – superiore alle aspettative - ha rivelato che l’economia cinese è stata in gran parte risparmiata dal conflitto e dai blocchi nello Stretto. Si ritiene che questa resilienza economica si sia basata soprattutto sulla decisione della Cina di accumulare scorte di petrolio prima della guerra, sulla diversificazione del pacchetto energetico e anche delle fonti di approvvigionamento.
La Cina vuole diventare un elettrostato, emancipandosi dal fossile.
Tuttavia, il percorso è ancora lungo e oggi permangono vulnerabilità strategiche che, di fronte a quelle che chiamano “turbolenze esterne”, i cinesi vogliono superare. Per esempio, secondo la società finanziaria Nomura, circa il 38 per cento del petrolio e il 23 per cento del gas naturale liquefatto che transitano abitualmente attraverso lo stretto di Hormuz sono destinati ai porti cinesi. Assumendo la prospettiva di Pechino, ciò significa che circa la metà delle importazioni di petrolio e un sesto di quelle di gas naturale passano da quella strettoia.
Così, il premier Li Qiang - numero 2 del potere cinese - ha convocato lunedì scorso una sessione di studio del Consiglio di Stato (il governo cinese) in cui ha affrontato con altri alti funzionari il problema della volatilità dei prezzi globali del petrolio e dell’energia dall’inizio dell’aggressione israelo-statunitense all’Iran, considerando anche il costante aumento della domanda energetica in Cina.
“Promuoveremo ulteriormente la trasformazione verde e a basse emissioni di carbonio della produzione e del consumo di energia, sfruttando il potenziale delle energie rinnovabili come l’energia eolica, fotovoltaica, idroelettrica e altre nuove fonti energetiche”, ha dichiarato Li.
Quindi, si tratta di accelerare la transizione verde.
È interessante, in questo contesto, il ruolo assegnato al carbone, che è l’unica fonte energetica di cui la Cina abbonda. Un ruolo che dovrebbe essere duplice: quello di fonte energetica di riserva – cioè, la teniamo lì in caso di emergenza - e quello di fonte di regolazione del sistema, cioè, si presume, come strumento per calmierare i prezzi energetici quando salgono troppo.
Il carbone è una sorta di rete di sicurezza, di cuscinetto, di strumento flessibile.
Sempre lunedì, Zheng Shanjie, capo della Commissione Nazionale per le Riforme e lo Sviluppo, l’autorità di pianificazione macroeconomica, ha scritto un articolo sul Quotidiano del Popolo in cui sostiene: “Miglioreremo la sicurezza e l’approvvigionamento di [...] energia, dando priorità all’esplorazione mineraria e all’aumento delle riserve di petrolio e gas”. Ha anche aggiunto che la Cina dovrebbe “ampliare la cooperazione nel settore petrolifero e del gas con la Russia”.
Insomma, dalle dichiarazioni di Li e Zheng emerge con chiarezza che la Cina cerca di destreggiarsi tra sicurezza e transizione energetica.
In sintesi, la sicurezza energetica cinese si compone di:
Accelerazione verso le energie rinnovabili: la Cina è leader mondiale nella produzione di energia rinnovabile, con una capacità solare ed eolica di gran lunga superiore a quella di qualsiasi altro Paese. L’obiettivo è raggiungere 3.600 gigawatt (GW) di capacità eolica e solare entro il 2035.
Il carbone come rete anticaduta: nonostante gli impegni sul clima, il carbone rimane una fonte energetica basilare, fondamentale; un paracadute contro le interruzioni dell’approvvigionamento energetico.
Scorte di petrolio e diversificazione: la Cina ha accumulato una delle più grandi riserve strategiche di greggio al mondo (circa 1,2 miliardi di barili a gennaio 2026).
Importazioni di energia via terra: per aggirare le rotte marittime vulnerabili come lo Stretto di Malacca e quello di Hormuz, la Cina ha investito in oleodotti provenienti da Russia, Asia centrale e Myanmar, riducendo la percentuale di petrolio che transita attraverso gli stretti.
Nucleare: la Cina sta espandendo la propria capacità nucleare, puntando a diventare leader mondiale entro il 2030.
Elettrificazione dei trasporti: la rapida diffusione dei veicoli elettrici (EV) sta riducendo il consumo di petrolio, con una conseguente riduzione - che si stima in più di 1 milione di barili al giorno - della domanda.
In questo quadro, assume grande importanza l’utilizzo dell’intelligenza artificiale per rendere più efficiente la rete e i consumi. Ne abbiamo già parlato nell’articolo qui sotto.



